La domanda, come si suol dire, sorge spontanea dopo aver
preso parte, come uno dei delegati della diocesi di Grajaù, ai dibattiti e alle
discussioni della 5° settimana sociale maranhense,
una sorta di “stati generali” delle pastorali e dei movimenti sociali.
| Serata di apertura |
Gli
incontri che hanno animato la tre giorni di Santa Inês (e che troveranno la
naturale conclusione con l’assemblea federale a Brasilia, il prossimo settembre)
hanno ruotato intorno al tema di una maggior partecipazione democratica verso una nuova definizione di stato, che tenga in maggior considerazione
le istanze sociali e che si ri-definisca intorno al concetto (di origine
indigena,) del “Bem Viver”, l’armonia
del buon vivere tra uomo, natura e cosmo.
Latifondo, riforma
agraria, mega impianti idroelettrici, monocultura di soia ed eucalipto, agro-business
, demarcazione di terre indigene, capitalismo oligarchico, conflitti di campo, i
temi che hanno animato e infiammato il dibattito delle oltre 400 persone accorse per l’evento, in rappresentanza di pastorali sociali, comunità indigene
, comunità quilombolas
(afro-discendenti), quebradeiras di coco
babaçu, raccoglitori di materiali riciclabili, comunità di pescatori.
Il documento finale, redatto con l’approvazione di tutta l’assemblea,
tenta non senza difficoltà e contraddizioni, di fare una sintesi di tutte le
istanze emerse nei gruppi di lavoro e nelle plenarie. Ma l’impressione,
rileggendolo, è che, con il nobile
intento di non dimenticare e tralasciare nulla, non indichi un preciso e chiaro
cammino su cui poter lavorare e costruire percorsi condivisi a livello di
singole diocesi e comunità.
E, di seguito, la
domanda che scaturisce è la seguente: che ricaduta può avere una carta di
questo tenore? Di più: di fronte a
queste situazioni critiche (per non dire drammatiche) che peso e che impatto
reale abbiamo noi, movimenti sociali? Esiste
realmente una massa critica in grado di contrastare queste sviluppo senza senso
? Siamo in grado di mobilitare i nostri popoli contro queste forze depredatorie?
Oppure le tanto acclamate e celebrate lotte resteranno solo un refrain
tanto bello quanto inattuato? Perché le sfide sono enormi, i dati assolutamente
scoraggianti e quattrocento persone (su una popolazione di 6,5 milioni e un territorio grande quantol'Italia), pur se armate di competenza e buona volontà, non possono da sole fare molta strada. Solo una reale mobilitazione di massa può frenare questo
modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento selvaggio di risorse.
Il Maranhão, stato
periferico e marginale all’interno della sesta economia mondiale, è al centro
di enormi interessi in termini di produzione di
soia, eucalipto, canna da zucchero, ferro e alluminio. In ultimo gas
naturale.
Il grande capitale e le grandi industrie nazionali e
internazionali si stanno contendendo, con il beneplacito di Brasilia, le enormi
ricchezze naturali di questo stato. E il
tutto manco a dirlo a discapito delle comunità tradizionali, piccoli contadini,
indigeni. E senza guardare in faccia a nessuno. Questo è il modello di sviluppo
perseguito dal Brasile e il Marahnao ne è l’esempio e il laboratorio meglio
riuscito. E al popolo restano solo le briciole della Bolsa Familia,
beneficienza paternalistica dello stato imprenditore.
Per il terzo anno consecutivo (2010-2011-2012) il Maranhão
si è guadagnato la non invidiabile prima posizione nel numero di conflitti
agrari. I conflitti crescono di pari passo con la grande proprietà fondiaria e
il latifondo. Già ora un terzo delle
terre è coltivato a soia. Questa monocultura ha già soppiantato le coltivazioni
tradizionali: riso, grano e fagioli.
| piantagioni di soia- Grajaù |
Nella nostra diocesi,
la strada statale che porta da Barra do Corda a Grajaù, costeggia interi
boschi di eucalipto. È impressionante, è qualcosa di surreale, stiamo parlando
di centinai di ettari di mata nativa bruciata per far posto a
queste piantagioni che stanno desertificando l'intera area del cerrado, la fascia di vegetazione pre-amazzonica. Immaginate la Lombardia coperta di eucalipti.
| "boschi" di eucalipto - Grajaù |
Il
legnane ricavato da queste piantagioni alimenta l’industria estrattiva - siderurgica
nel distretto di Açailandia, sempre nel Maranhão. E sapete che direzione prende (tra le altre) il ferro estratto da quelle miniere? Italia, Taranto, Ilva.
Enormi TIR, ferrovie, navi cargo che ad ogni ora del giorno e della
notta macinano migliaia di chilometri e salpano dal porto di São Luis per alimentare questo processo sfrenato di cui non si vedono i limiti. Fino a che
punto si spingeranno?
I cambiamenti a livello ambientale, culturale, lavorativo, ci
sono già e sono irreversibili. Se i nostri movimenti sociali continueranno a
cantarsela e suonarsela da soli, senza una sincera autocritica sulla reale incidenza di queste lotte, avremo
ben poche possibilità di contrastare questi cambiamenti. Se invece saranno
motore di forze propulsive in grado di informare, coscientizzare e mobilizzare quante
più persone possibili, almeno ci resterà la speranza di credere in un’alternativa,
possibile e concreta.
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