martedì 14 maggio 2013

Quanto contiamo (se ci contiamo)?


La domanda, come si suol dire, sorge spontanea dopo aver preso parte, come uno dei delegati della diocesi di Grajaù, ai dibattiti e alle discussioni della 5° settimana sociale maranhense, una sorta di “stati generali” delle pastorali e dei movimenti sociali. 
Serata di apertura
Gli incontri che hanno animato la tre giorni di Santa Inês (e che troveranno la naturale conclusione con l’assemblea federale a Brasilia, il prossimo settembre) hanno ruotato intorno al tema di una maggior partecipazione democratica verso una nuova definizione di stato, che tenga in maggior considerazione le istanze sociali e che si ri-definisca intorno al concetto (di origine indigena,) del “Bem Viver”,  l’armonia del buon vivere tra uomo, natura e cosmo.

 Latifondo, riforma agraria, mega impianti idroelettrici, monocultura di soia ed eucalipto, agro-business , demarcazione di terre indigene, capitalismo oligarchico, conflitti di campo, i temi che hanno animato e infiammato il dibattito delle oltre 400 persone accorse per l’evento, in rappresentanza di pastorali sociali, comunità indigene , comunità quilombolas (afro-discendenti), quebradeiras di coco babaçu, raccoglitori di materiali riciclabili, comunità di pescatori.
Il documento finale, redatto con l’approvazione di tutta l’assemblea, tenta non senza difficoltà e contraddizioni, di fare una sintesi di tutte le istanze emerse nei gruppi di lavoro e  nelle plenarie. Ma l’impressione, rileggendolo,  è che, con il nobile intento di non dimenticare e tralasciare nulla, non indichi un preciso e chiaro cammino su cui poter lavorare e costruire percorsi condivisi a livello di singole diocesi e comunità.  
E, di seguito,  la domanda che scaturisce è la seguente: che ricaduta può avere una carta di questo tenore?  Di più: di fronte a queste situazioni critiche (per non dire drammatiche) che peso e che impatto reale abbiamo noi,  movimenti sociali? Esiste realmente una massa critica in grado di contrastare queste sviluppo senza senso ? Siamo in grado di mobilitare i nostri popoli contro queste forze depredatorie?  
Oppure le tanto acclamate e celebrate lotte resteranno  solo un refrain tanto bello quanto inattuato? Perché le sfide sono enormi, i dati assolutamente scoraggianti e quattrocento persone (su una popolazione di 6,5 milioni e un territorio grande quantol'Italia), pur se armate di competenza e buona volontà, non possono da sole fare molta strada. Solo una reale mobilitazione di massa può frenare questo modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento selvaggio di risorse.
Il Maranhão,  stato periferico e marginale all’interno della sesta economia mondiale, è al centro di enormi interessi in termini di produzione di  soia, eucalipto, canna da zucchero, ferro e alluminio. In ultimo gas naturale.
Il grande capitale e le grandi industrie nazionali e internazionali si stanno contendendo, con il beneplacito di Brasilia, le enormi ricchezze naturali di questo stato.  E il tutto manco a dirlo a discapito delle comunità tradizionali, piccoli contadini, indigeni. E senza guardare in faccia a nessuno. Questo è il modello di sviluppo perseguito dal Brasile e il Marahnao ne è l’esempio e il laboratorio meglio riuscito. E al popolo restano solo le briciole della Bolsa Familia, beneficienza paternalistica dello stato imprenditore.
Per il terzo anno consecutivo (2010-2011-2012) il Maranhão si è guadagnato la non invidiabile prima posizione nel numero di conflitti agrari. I conflitti crescono di pari passo con la grande proprietà fondiaria e il latifondo.  Già ora un terzo delle terre è coltivato a soia. Questa monocultura ha già soppiantato le coltivazioni tradizionali: riso, grano e fagioli.
piantagioni di soia- Grajaù
Nella nostra diocesi,  la strada statale che porta da Barra do Corda a Grajaù, costeggia interi boschi di eucalipto. È impressionante, è qualcosa di surreale, stiamo parlando di centinai di ettari di  mata nativa bruciata per far posto a queste piantagioni che stanno desertificando l'intera area del cerrado, la fascia di vegetazione pre-amazzonica. Immaginate la Lombardia coperta di eucalipti.  
"boschi" di eucalipto - Grajaù 
Il legnane ricavato da queste piantagioni alimenta l’industria estrattiva - siderurgica nel distretto di Açailandia, sempre nel Maranhão. E sapete che direzione prende (tra le altre) il ferro estratto da quelle miniere? Italia, Taranto, Ilva. 
Enormi TIR, ferrovie, navi cargo che ad ogni ora del giorno e della notta macinano migliaia di chilometri e salpano dal porto di São Luis per alimentare questo processo sfrenato  di cui non si vedono i limiti. Fino a che punto si spingeranno?
I cambiamenti a livello ambientale, culturale, lavorativo, ci sono già e sono irreversibili. Se i nostri movimenti sociali continueranno a cantarsela e suonarsela  da soli, senza una sincera autocritica sulla reale incidenza di queste lotte, avremo ben poche possibilità di contrastare questi cambiamenti. Se invece saranno motore di forze propulsive in grado di informare, coscientizzare e mobilizzare quante più persone possibili, almeno ci resterà la speranza di credere in un’alternativa, possibile e concreta.        
 

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